Le Parole del Giubileo: LA PACE

 

Papa Leone XIV: “Una Chiesa che apra le braccia al mondo” - PRIMA  COMMUNICATION

 

Accogliendo il messaggio di Papa Leone XIV nel suo saluto nel giorno dell’elezione a Pontefice, l’Arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, d’intesa con il Consiglio pastorale diocesano, ha preparato un testo dal titolo «La pace sia con voi», rivolto a tutti i fedeli ambrosiani che qui riportiamo.
1. «La pace sia con voi»
Noi accogliamo la parola del Risorto, accogliamo il saluto di Papa Leone XIV. Noi siamo commossi, grati, disponibili alla grazia della pace. Noi professiamo la nostra fede e siamo disposti alla speranza, pellegrini di speranza, secondo l’invito di Papa Francesco.

2. «La pace sia con voi»
Noi sentiamo lo strazio intollerabile del rifiuto della pace, della negazione della pace, dell’umiliazione della pace. Noi ripetiamo a tutti e sempre: mai più la guerra! Noi siamo sconcertati dall’odio, dal desiderio di vendetta, dalla violenza, dalla pratica della tortura, dall’infierire su coloro che non possono difendersi.

3. «La pace sia con voi»
Noi decidiamo di essere operatori di pace perché abbiamo ricevuto la grazia di essere figli di Dio. Vogliamo operare per la pace, pregare per la pace, tenere vive l’attenzione, le domande, le inquietudini nei conflitti che seminano morte e distruzione.

4. «La pace sia con voi»
Noi ci impegniamo a pensare la pace, la pace giusta, la giustizia che è la condizione per la pace; noi ci impegniamo a pensare, a pregare, a operare per la riconciliazione e il perdono che rendono possibile la pace. Noi ci impegniamo a stare dalla parte dei deboli, a operare per liberare gli oppressi dagli oppressori con l’impegno disarmato e disarmante, che percorre le vie della pace.

5. «La pace sia con voi»
Noi vogliamo percorrere i giorni per essere eco delle parole di pace di Gesù risorto. Ci impegniamo ad abitare il quotidiano, le nostre famiglie, le nostre comunità come luoghi dove le ferite possono essere sanate dalla pratica del perdono e dalla grazia della riconciliazione. Vogliamo abitare i social per trasmettere messaggi di pace. Vogliamo coinvolgere le nostre comunità per tenere vivo l’annuncio della pace. Vogliamo vivere il nostro lavoro e le nostre responsabilità ecclesiali e civili come contesti propizi per seminare la pace.

6. «La pace sia con voi»
Noi incoraggiamo le scuole, le università, le istituzioni educative a costruire una cultura di pace, a educare a pensare la pace, a studiare le condizioni della pace in ogni terra e per ogni popolo.

7. «La pace sia con voi»
Noi ci proponiamo di praticare la compassione, la prossimità, ogni forma possibile di sol lecitudine verso coloro che sono feriti dalla guerra nel corpo e nell’anima.

8. «La pace sia con voi»
Noi incoraggiamo l’opera tenace della diplomazia, noi sosteniamo le forze politiche che operano per la pace, noi ricordiamo alle istituzioni finanziarie e alle imprese le responsabilità per l’opera della pace. Noi condividiamo la pratica della solidarietà, il desiderio della conoscenza, l’inclinazione alla benevolenza, la predisposizione alla stima delle persone e delle nazioni di ogni paese e di ogni cultura e tradizione.

9. «La pace sia con voi»
Noi chiediamo al Signore Risorto la grazia di essere uomini e donne di pace: la pace sia con noi, sia in noi, come dono, come decisione di conversione e di resistenza di fronte alle tentazioni della indifferenza, della aggressività, del risentimento, dell’istinto di reagire al male con il male, del sentimento di vendetta. La pace sia in noi perché possiamo esse re operatori di pace, intercedere per la pace giusta e duratura.

10. «La pace sia con voi»
Noi ci proponiamo di segnare nel calendario di ogni anno i giorni per pregare, per celebrare, per manifestare nella ricerca della pace.

Le Parole del Giubileo: LA PACE

 

 

 

Dopo le parole del Giubileo, raccogliamo qualche segno di speranza, perché questo siamo chiamati a fare in questo anno speciale, certi che la speranza non delude, e che sotto la scorza di tano male sta germogliando il Regno di Dio, come un seme che non vediamo, ma che realmente cresce per la forza del-lo Spirito. Il primo segno di speranza che dobbiamo raccogliere, anche se non sembra possibile, è quello della pace. Spesso la invochiamo in modo un po’ fatalista, come se il destino dei popoli non fosse qualcosa di realmente governabile. Negli ultimi anni abbiamo preso maggiore consapevolezza che la pace non è un bene scontato, ma ci siamo rassegnati all’idea che siano altri a decidere e, come si dice, a fare il bello e il brutto tempo. È proprio questa disposizione a subire gli eventi uno dei maggiori ostacoli alla costruzione di un mondo diverso. Meno ci sentiamo responsabili e tanto più crescono in noi la paura, l’ansia di sicurezza e l’egoismo: tutti ingredienti che favoriscono la guerra. Il Giubileo, fin dalla sua origine biblica, è strumento per ristabilire la giustizia e anche oggi è impossibile celebrarlo senza prendere sul serio il nostro coinvolgimento nel promuovere una convivenza pacifica. Cercare la giustizia, compiere gesti di riconciliazione, seminare parole di comprensione e non di giudizio, chiedere e donare perdono…. sono le possibilità che ci sono date per essere seminatori e strumenti di pace. A margine di questa nota raccolgo due “proteste” che sono semi di speranza, perché non sono contro qualcuno, ma invocano la pace. La prima è la protesta dei palestinesi nei confronti di Hamas: non tutti i palestinesi, come qualche volta pensiamo noi, sono terroristi. La maggior parte è gente semplice che vuole vivere del suo lavoro, nelle sue case, con i suoi affetti: è un delitto? Penso che sia una esigenza comune a tutti gli uomini. La seconda è quella di una parte del popolo israeliano che non solo chiede il rilascio degli ostaggi, ma chiede che i propri figli non siano costretti alla guerra, che si cerchino strade di pace, che invocano il dialogo tra ebrei e palestinesi: è da biasimare? Credo proprio che sia da incoraggiare chi cerca, magari anche semplicemente perché stanco della guerra, in tutti i i modi strade di pace. Anche questi sono semi di speranza, perché non tutte le proteste sono negative; quelle che sono attua-te per un ideale, quelle per cui si paga di persona, e non fanno pagare agli altri il proprio delirio di onnipotenza, sono veri segni di resistenza e di speranza, perché non sono solo parole, ma impegno concreto, anche a costo di rimetterci di persona.

Le Parole del Giubileo: BEATITUDINE / FELICITA'

 

 

 

Sono le ultime parole che prendiamo in considerazione, anche perché questo dovrebbe essere l’esito del giubileo, quello di farci trovare la beatitudine e la felicità, da vivere non da soli, ma da condividere con i fratelli Spesso capita di dire o di sentir dire: “Beato te che….!”. Alla base di tale esclamazione, causata generalmente dal verificarsi di qualche evento fortuito, che porti risultati positivi o miglioramenti insperati, sta l’idea che la felicità sia frutto di ciò che comunemente viene chiamato “fortuna”. La beatitudine biblica, però, è ben lontana da questa concezione. Nella Bibbia la beatitudine è una sorta di annuncio, che rivelala presenza attuale di una possibilità di pienezza non iscritta nelle contingenze dell’essere umano, ma proveniente dall’impegno personale della decisione di Dio. La beatitudine è radicata essenzialmente nell’iniziativa divina a favore del suo popolo, ben messa in evidenza nella prima ricorrenza dell’aggettivo “beato” nelle pagine bibliche: “Te beato,
Israele! Chi è come te, popolo salvato dal Signore?” (Dt 33,29a). I “beati” sono coloro che si trovano in una condizione adeguata ad accogliere la possibilità nuova offerta dalla vicinanza e dall’amore di Dio, che conduce alla pienezza del loro essere. Si trovano beatitudini tanto negli scritti dell’Antico testamento quanto in quelli del Nuovo. Nell’Antico si contano sessanta beatitudini caratterizzate dalla presenza all’inizio dell’annuncio del termine “beato/felice” (quarantacinque introdotte da ‘asrè nei testi della Bibbia ebraica, quindici da makarios nei testi in greco). Nei Salmi (in cui si contano ben ventotto beatitudini) e negli altri testi sapienziali sono dichiarati beati principalmente coloro che confidano nel Signore e osservano la sua legge, o quelli che cercano la sapienza; il motivo della beatitudine, o la promessa ad essa connessa, riguarda la prosperità e il successo terreno. Negli scritti apocalittici posteriori, invece, a essere dichiarate beate sono persone che versano in situazione di tristezza o di sconforto, la cui felicità annunciata come presente è fondata sulla promessa della salvezza escatologica (cfr. Dn 12,12 che in contesto di persecuzione proclama: “Beato chi aspetterà con pazienza”). Mentre le beatitudini degli scritti sapienziali hanno un accento morale, quindi, quelle dei libri apocalittici intendono procurare consolazione e dare speranza. Il motivo per cui in qualsiasi situazione si può essere proclamati “beati” è la fedeltà di Dio alla promessa, il quale è garante dell’avvenire poiché può cambiare il corso della storia. Negli scritti del Nuovo testamento si trovano quarantadue beatitudini, che, se si eccettuano
le due celebri serie che costituiscono l’inizio della predicazione di Gesù in Matteo 5,3-12 e in Luca 6,20-23, sono sparse e isolate. Nei Vangeli se ne conoscono ventotto, di cui venticinque pronunciate da Gesù: proclamando le beatitudini, Gesù rivela anzitutto qualcosa su Dio e sul suo regno. Con la sua venuta e la sua missione, infatti, l’escatologia irrompe nella storia e chi da lui è detto beato fa già parte del regno che egli annuncia. (cfr. Mt 5,3-10: “perché di essi è il regno dei cieli”).

Le Parole del Giubileo: PORTA SANTA

 

 

 

Un’altra parola importante del Giubileo. Su questo forse facciamo un po’ confusione: un conto sono le Porte Sante (che sono quelle della quattro Basiliche Maggiori di Roma), un conto sono le chiese giubilari sparse in ogni Diocesi del mondo. In questo capitolo cerchiamo di spiegare il senso della Porta Santa L’apertura della porta santa di San Pietro è indubbiamente il rito più conosciuto e più evocativo dell’inizio del Giubileo. Nell’immaginario collettivo la porta è associata a molteplici significati e simbologie per lo più collegate alla sua liminalità, in cui spazio e tempo si dissolvono l’uno sull’altro. L’apertura della porta è, infatti, una metafora spaziale che visualizza una soglia temporale e spirituale: consentendo l’accesso a un luogo, essa introduce in un tempo di grazia. L’immaginario biblico permette di arricchire questo simbolo, naturalmente denso, di ulteriori significati. La porta della casa spesso è più che un semplice elemento archi-tettonico: essa indica lo spazio intimo della vita di famiglia, mentre la porta della città indica lo spazio pubblico. Nelle città mediorientali, infatti, la porta si trovava spesso in posizione elevata ed era un naturale punto di incontro per la popolazione: presso di essa si teneva il mercato, ma anche si svolgevano non di rado le cause giuridiche. Le porte del tempio non solo permettono l’accesso a uno spazio sacro, ma anche consentono di recarsi alla presenza di Dio: “E’ questa la porta del Signore: per essa entrano i giusti”. Questa, tuttavia, non può essere data per scontata, come se varcare la soglia consistesse in un gesto magico e automatico. In Ezechiele 10,18-19, infatti, il profeta vede la gloria del Signore (cioè la sua stessa presenza), con i cherubini, abbandonare il tempio, passando per la “porta orientale”. Nel Nuovo Testamento la simbologia della porta è ampiamente percorsa e impiega-ta nell’annuncio teologico. La metafora della porta viene applicata ad esempio all’accesso al regno di Dio, che non è un luogo, ma indica la sovranità e la signoria di Dio. La porta in questione è, però, una porta stretta, che va cercata, è contrapposta alle vie facili che conducono alla perdizione e simboleggia la conversione necessaria per essere introdotti all’intimità della comunione con lo Sposo. Negli Atti degli Apo-stoli l’espressione “aprire la porta della fede” (At 14,27) indica la possibilità di evangelizzazione. Soprattutto, però, Gesù usa la metafora della porta per parlare di sé. Definendosi “la porta delle pecore” (Gc 10,7)

Le Parole del Giubileo: PELLEGRINAGGIO

 

 

 

Una delle caratteristiche fondamentali del Giubileo è quello del pellegrinaggio. È la decima parola che prendiamo in considerazione. Ma che senso ha il nostro essere pellegrini, e per più, in questo anno. “pellegrini di speranza”? Dall’antichità fino ai giorni nostri, la pratica devozionale del pellegrinaggio, che scaturisce dalla religiosità naturale dell’essere umano, è presente in molte religioni. Tale pratica si distingue da altre forme di preghiera o ascesi per la sua forte dimensione comunitaria. Forse non è un caso, quindi, che le tre principali e più antiche feste del calendario ebraico, che celebrano la nascita del popolo di Israele e contribuiscono a formarne l’identità come popolo di Dio (la festa di Pasqua-Azzimi, detta pesah-massot, quella delle Settimane, chiamata sabu’ot, e quella delle Capanne, sukkot) si siano configurate nel tempo come feste di pellegrinaggio (hag), da celebrarsi recandosi presso il santuario, come prescritto in Dt 16,16: “Tre volte all’anno ogni tuo maschio si presenterà davanti al Signore, tuo Dio, nel luogo che egli avrà scelto”. L’anonimato del luogo (una costante nelle prescrizioni del Deuterono-mio) ne relativizza l’importanza: non si tratta di arrivare a uno specifico luogo fisico, ma di entrare in relazione con il Signore, come nel racconto biblico Dio stesso esplicita al popolo di Israele, uscito dall’Egitto, quando questi giunge, dopo tre mesi di peregrinazione nel deserto, alla meta del Sinai: “Voi stessi avete visto (…) come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatto venire fino a me” (Es 19,4). Il “luogo” per eccellenza della dimora divina, punto di incon-tro tra cielo e terra e meta di pellegrinaggi, diventerà col tempo il tempio di Gerusalemme.
Data la posizione elevata della città e del tempio collocato in altura, il verbo salire (’alah) as-sume il significato tecnico di andare in pellegrinaggio. Tale verbo non descrive meramente la dimensione spaziale, ma veicola l’idea dell’incontro con Dio che abita “in alto” (cfr. Dt 17,8). La progressione del cammino verso Gerusalemme e il tempio è ben presentata in una colle-zione di quindici salmi introdotti proprio come “canti delle salite”, che troviamo nel Salterio (120-134). Leggendoli in successione si rivive il percorso dei pellegrini, dalla decisione della partenza (Sal 120), ai primi passi di un cammino in cui ci si scopre protetti dal Signore e accompagnati dai fratelli (Sal 121), all’avvistamento di Gerusalemme da lontano (Sal 122), fino all’esperienza spirituale di più piena comunione con il Signore e di fraternità, fondata sull’avere Dio come Padre (Sal 134). La tradizione ebraica relativa al pellegrinaggio viene assunta e rielaborata nell’ambiente cri-stiano. Da un lato la categoria del pellegrinaggio diventa una chiave di lettura teologica del ministero pubblico di Gesù, la cui missione viene descritta come un “viaggio” verso la città santa, che culminerà con l’evento pasquale (solo il Vangelo secondo Giovanni ricorda tre sali-te di Gesù a Gerusalemme), dall’altro la comunità cristiana si autocomprende come popolo di “stranieri e pellegrini” (1Pt 2,11), che cammina verso l’incontro con Colui che viene (Ap 22,20).

Le Parole del Giubileo: VITA ETERNA

 

 

 

Continuo imperterrito a proporre le parole del Giubileo, anche se non ho nessun riscontro. Che sia inutile ciò che viene proposto? La speranza (che è anche la virtù principale di questo Giubileo) non viene meno. E soprattutto, con la parola di oggi, non viene meno la speranza nella vita eterna. Nella coscienza comune religiosa, la vita eterna appare in contrapposizione alla vita ter-rena: questa è finita, quella è infinita; una è quella che viviamo al presente, in questo mondo, rispetto a quella che inizierà dopo, in paradiso. Il Concilio di Trento la indica come oggetto del merito e meta della vita cristiana, ossia come il contenuto della salvezza. Intesa in questo modo, viene pensata al modo dell’attuale esistenza storica. La differenza principale pare quella cronologica. La vita eterna procederà all’infinito, non terminerà mai, rispetto all’attuale orizzonte storico limitato. Anche nella migliore delle ipotesi, la vita terrena prima o poi terminerà. Poi cosa faremo tutto il tempo? Ma è questo il significa cristiano della vita eterna? Gesù che cosa ci ha rivelato? In realtà è il significato solo cronologico: la vita eterna è pensata solo come il prolungamento infinito della nostra piccola storia, presa come unità di misura. La teologia spiega che questa è una “raffigurazione”, ossia un modo di interpretare il messaggio rivelato cercando di spiegarlo con le nostre parole umane. È solo un’immagine che cerca di balbettare qualcosa della meta della vita umana, come tante altre: paradiso (dal persiano giardino, luogo di vita), banchetto eterno, felicità, la visione di Dio eccetera… Gesù ha detto: “Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo (Gv 17,3). La teologia cristiana insegna che bi-sogna rileggere le raffigurazioni con cui parliamo dell’eternità in chiave cristologica, ossia passare dalle “immagini” (pur legittime) a Cristo. Gesù indica con chiarezza che la vita eterna è “conoscere il Padre”; potremmo dire sinteticamente che la vita eterna è la vita di Dio-Trinità. Non si tratta di un concetto cronologico, bensì teologico, anzi trinitario. Non è una vita infinita, ma è quella di Dio, l’unico che ha una vita eterna. Più precisa-mente, la comunione trinitaria. Quella per cui Gesù prega affinché i suoi discepoli “siano una sola cosa come noi siamo una sola cosa. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità” (Gv 17,22-23). In definitiva, entrare nella vita eterna di Dio-Trinità significa entrare nell’amore infinito tra Padre, Figlio e Spirito. Non si tratta di un luogo né di un tempo, bensì dell’amore tri-nitario. Questo è il contenuto cristiano di ciò che chiamiamo paradiso: entrate nella piena comunione con Dio–Padre, in Cristo, come figlio, per mezzo dello Spirito e nella relazione fraterna con tutti gli uomini e con il creato. Così compresa, la vita eterna non rimane un’esperienza del futuro, ma un dono che già si può sperimentare sin d’ora, anche se non ancora in pienezza.

Le Parole del Giubileo: CREDO / SIMBOLO DELLA FEDE

 

 

 

Il Credo costituisce l’espressione dell’essenza della fede cristiana. Non ha la pretesa di completezza, ma raccoglie i punti centrali della Scrittura e si propone come “regola” e “norma” della fede della Chiesa. Viene chiamato “simbolo” nel sen-so etimologico: “tenere insieme”, “contrassegno”. Deriva dall’uso antico di dividere un og-getto, dandone una metà a ciascuno dei contraenti di un patto, come segno di riconoscimento. Così, il Credo si propone come segno di identità dei cristiani e di unione tra loro. Le origini risalgono al II-III secolo, in occasione del battesimo, in un dialogo con tre domande e risposte. Si sviluppa in forma discorsiva e viene consegnato al catecumeno (Traditio symboli). Cosi. Dal IV secolo si amplierà progressivamente. La formula che ripetiamo nella liturgia domenicale è detta “credo niceno-costantinopolitano”, in quanto la base risale al Concilio di Nicea (325), approfondita da quello di Costantinopoli del 381. è riconosciuto come l’espressione genuina della fede che accomuna, sin dall’antichità, tutte le comunità cristiane. La formula più breve è detta anche simbolo “apostolico”, perché una leggenda del IV secolo lo attribuisce ai dodici apostoli; di sicuro rappresenta la fede della Chiesa antica di Roma.
Il testo è costituito da diversi articoli, che dicono la distinzione dei vari contenuti, ma anche la loro “articolazione” e unità. La struttura ne rivela la chiave di lettura. Gli articoli principali sono tre: “credo in” Dio-Padre, nel Figlio unigenito e nello Spirito Santo. Il secondo è quello più ampio e, soprattutto, centrale. Suggerisce che il criterio per comprendere la nostra professione di fede è il principio cristologico: solo partendo da Gesù si può conoscere il Padre e lo Spirito. “Dio nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che viene dal se-no del Padre, ce lo ha rivelato” (cfr. Gv. 1,18) è ciò che Gesù, il Figlio unigenito, ha rivelato con la sua vita: dall’incarnazione alla Pasqua. Solo lui può dire: “Chi vede me vede il Padre” (cfr. Gv 14,9) Grazie a Gesù possiamo conoscere che Dio è Padre, l’Abbà suo e nostro: questo cuore paterno (cfr. Lc 15,21) permette di comprendere il suo essere creatore, la sua onnipotenza e tutte le qualità divine. Per mezzo di Gesù si conosce il dono dello Spirito, di cui si dice poco in sé, ma che si riconosce in ciò che opera attraverso la Chiesa, i sacramenti, conducendo la sto-ria al suo compimento finale.
Il senso della professione di fede non è tanto un elenco di verità di fede da “ritenere per ve-ro”. La dimensione intellettuale si integra in una più profonda. Credo significa “mi abbandono a”, è un movimento dell’intera esistenza. Ne è efficace espressione la formula di Agostino: credere Deu,, Deo, in Deum. Crediamo Dio-complemento oggetto-ossia crediamo i contenuti della rivelazione cristiana; crediamo a Dio, per l’affidabilità che ha mostrato in Gesù; ma soprattutto crediamo in Dio—moto a luogo—meta del nostro slancio di fede. “La fede non ter-mina agli enunciati, ma alla realtà” (San Tommaso), La rivelazione cristiana non si riduce a dottrina, ma è una persona, Gesù Cristo; coerentemente la risposta è un rapporto di libertà. A una rivelazione di amore si risponde con l’amore. Si potrebbe persino dire che per il cristiano credere è “voce del verbo amare”.

Le Parole del Giubileo: INDULGENZA

 

 

 

La riflessione di oggi ci conduce a chiarirci un po’ le idee. L’Anno Santo è anno anche per lucrare l’indulgenza, ma sappiamo davvero che cosa è indulgenza? Che rapporto ha con il perdono? A che condizione si può “lucrare” l’indulgenza. Leggete con un po’ di pazienza e capirete.
Che cos’è l’indulgenza? Indica una “benevola disposizione d’animo” che porta a perdonare, ma per la Chiesa cattolica esprime un dono straordinario: “la remissione di tutte le pene temporali per i propri peccati, per sé o come suffragio per qualche defunto”. Si tratta di una secolare proposta spirituale tipica del Giubileo (e di qualche occasione straordinaria). Al di là degli eccessi e degli abusi nella storia—sempre da denunciare—se ne può comprendere il senso solo in unità con tutto il cammino giubilare, un itinerario di conversione. Paolo VI nel 1975 ha ribadito la prassi antica, innovandola nel significato; esige il rinnovamento interiore delle coscienze, che parte dai singoli e coinvolge la comunità intera. Al centro non c’è nulla di magico, né i nostri peccati, bensì l’amore di Dio per noi e il nostro per lui. Più che una scorciatoia, vuol essere uno stimolo a crescere nell’amore. Per quale ragione domandare a Dio l’indulgenza (per sé o per i nostri cari)? In fondo, non ci ama già lo stesso? Il gesto aiuta a vivere in modo straordinario ciò che viviamo in modo ordinario. Anzitutto, gli uomini esprimono la coscienza dei propri peccati, riconoscendo che “con le proprie forze non sarebbero capaci di riparare al male che con il peccato hanno arrecato a se stessi e a tutta la comunità”. Dunque, intende rimediare alle conseguenze dei propri sbagli. La seconda ragione sta nella solidarietà di tutti gli uomini in Cristo, nel bene e nel male. È un modo per invocare il sostegno degli altri. L’amicizia che abbiamo tra noi ci aiuta e ci salva. Proprio questo rimanda al principio ultimo: la salvezza ci è data da Cristo; nessuno si salva da sé stesso. Ecco la grazia a “caro prezzo”: la sua Pasqua. Niente di strano se anche il bene fatto agli altri sia par-te di questa grazia, che ne è l’origine. L’obiettivo non è una assoluzione magica, ma che noi ci diciamo disponibili ad accogliere il perdono di Dio affinché cresca in noi un amore pieno. Come? In concreto, le indulgenze vanno pensate in unità con l’intero cammino penitenziale del Giubileo, che è in sé un itinerario di conversione. La logica è pedagogica: siamo noi ad avere bisogno di gesti concreti per esprimere il nostro pentimento e muoverci in direzione dell’amo-re. In questo quadro, i singoli passi e i gesti richiesti non rispondono a una sorta di automatismo della salvezza, ma riportano agli elementi essenziali dell’esperienza cristiana: i sacramenti, la professione di fede, la comunione con la Chiesa (preghiera per il Papa), la carità. Così, secondo la saggezza pedagogica della Chiesa, il Giubileo si rivela un concreto cammino di fede: dalla richiesta di perdono alla piena comunione con Dio-Trinità e con i fratelli espressa dall’Eucaristia. Quelle che sono le condizioni sine qua non dell’indulgenza, in realtà sono l’ obiettivo stesso della vita cristiana e ci aiutano a viverne il nucleo.

Le Parole del Giubileo: PERDONO

 

 

 

State leggendo le parole del giubileo? Vi aiutano a entrare dentro il cammino di questo anno speciale? Sarebbe bello aver un riscontro, sentire un parere, raccogliere osservazioni e riflessioni. Intanto aggiungiamo un’altra parola, fondamentale per questo anno: perdono. Leggiamo e riflettiamo. Nel modo di pensare comune ci si raffigura spesso il perdono come l’inclinazione a non dare troppo peso al male ricevuto: “in fondo quel che è successo non è così grave”; “chiudiamo un occhio”; “passiamoci sopra”… In realtà, perdonare non significa minimizzare il male, quanto piuttosto non identificare l’altro con il male che egli ha compiuto. Significa riconoscere che l’altro resta comunque più grande del male che ha fatto e può quindi lasciarselo dietro le spalle. Significa concedere a chi ha compiuto il male la possibilità di fare scelte diverse, di prendere una strada nuova, di non stare irrimediabilmente legato a un passato oscuro. Di questo genere è il perdono di Dio. Lo si vede nel racconto evangelico in cui Gesù congeda la donna adultera con questa consegna: “Va’ e d’ora in poi non peccare più” (Gv 8,11). Gesù le concede il perdono affinché “d’ora in poi non pecchi più”. “D’ora in poi”; a Gesù sta a cuore il futuro di quella donna e il nostro futuro. Nessun peccato deve diventare una catena che imbriglia la vita e le impedisce di rifiorire. Il perdono che Gesù offre in nome di Dio diventa così l’apertura di uno spazio di libertà e di novità. Ed è un perdono che viene prima di qualsiasi passo il peccatore possa fare per meritarselo. D’altra parte, però, se il perdono di Dio sta prima, il suo frutto si vede nella capacità di perdonare, o almeno nella disponibilità a perdonare da parte di chi ha ricevuto il perdono divino (Matteo 18,21-35). Su questa nostra capacità di perdonare (che ha comunque la sua radice nel perdono che Dio offre a noi) possiamo aggiungere qualche osservazione. Anzitutto, bisogna perdonare per vivere: non perdonare significa permettere a chi ci ha fatto del male di continuare a rovinarci la vita. In secondo luogo, “perdonare non cambia il passato, non può modificare ciò che è avvenuto; e, tuttavia il perdono può permettere di cambiare il futuro e di vivere in modo diverso, senza rancore, livore e vendetta. Il futuro rischiarato dal perdono consente di leggere il passato con occhi diversi, più sereni, seppure ancora solcati da lacrime” (Francesco, Spes non confundit, 23). In questa linea, il perdono non implica che si dimentichi il male ricevuto: questo non è possibile e non sarebbe neppure giusto. Bisogna invece ricordare senza il veleno dell’amarezza e del risentimento. È un po’ come quando una ferita si cicatrizza: la cicatrice rimane e ci fa ricordare la ferita che abbiamo ricevuto. Però la ferita è ormai chiusa, non brucia più, non fa più male. Così è il ricordo di chi ha perdonato: non brucia più, non fa più male. Infine, bisogna essere consapevoli che perdonare in profondità non è possibile in un solo colpo: la decisione di perdonare deve passare dalla volontà a tutte le dimensioni della persona, compresi gli affetti. “Sì, voglio perdonare, ma quando vedo quella persona da cui ho ricevuto del male, qualcosa dentro di me continua a ribollire”. Vogliamo perdona-re, ma i rancori e i risentimenti sono duri da sradicare. E allora ci vogliono passi gradua-li: non progettare il male contro chi ci ha fatto torto, non augurargli del male, pensare a qualche modo per riavvicinarci a lui. E ci vuole tempo: è inutile forzare le cose, bisogna perdonare nel cuore, desiderare la capacità di perdonare e invocarla dall’Alt; e poi attendere la capacità di perdono proprio come dono che dall’Alto ci viene.

Le Parole del Giubileo: MISERICORDIA

 

 

 

La parola che prendiamo in considerazione oggi è misericordia: non è un semplice sentimento, ma una definizione stessa di Dio.
È guardando a Lui e al Figlio di Dio, Gesù, che anche noi impariamo la misericordia. “Già il termine “misericordia” ci suggerisce il significato primario di questa realtà: avere un cuore per i miseri. Il termine ebraico rachamin va oltre: indica non tanto il cuore quanto piuttosto le viscere, l’utero materno, come a dire che la misericordia è un atteggiamento viscerale, che coinvolge tutta la persona; non è solo un’emozione, un senti-mento, ma spinge anche ad aprire le mani e a muovere i piedi per andare incontro ai mi-seri e sollevarli dalla loro condizione. In quasi tutte le religioni dell’umanità si trova la cosiddetta “regola d’oro” (“Ciò che non vuoi sia fatta a te, non farlo a un altro"), che nel-la sua formulazione positiva suona: “Ciò che vuoi sia fatto a te, fallo all’altro”. Anche Gesù la cita nel discorso della montagna come sintesi della Legge e dei Profeti (Mt 7,12). Questa regola chiede di oltrepassare il proprio io, di mettersi nella situazione dell’altro e di agire come io desidererei che l’altro agisse con me. il presupposto è la visione di un uomo non chiuso in se stesso, egocentrico ed egoista, ma aperto a condividere le sofferenze e i desideri dell’altro. Nell’Antico Testamento, è l’essere stesso di Dio che si manifesta nella sua misericordia; è lui, anzitutto, a avere “viscere di misericordia”. E proprio la misericordia lo distingue da-gli uomini e lo eleva al di sopra di essi. Gesù riprende questo filo rosso e lo porta a compimento. Al centro del suo messaggio sta l’annuncio di Dio come Abbà, Padre, anzi “papà”; un annuncio rivolto anzitutto ai miseri, ai quali Gesù proclama l’anno di grazia del Signore. L’esempio più luminoso di questo messaggio è la parabola del figlio prodigo, o, meglio, del padre misericordioso. Il figlio ha ricevuto tutto ciò che gli spettava secondo giustizia, ma poi ha dissipato tutta la sua eredità in una vita dissoluta ed è caduto in miseria. Al suo ritorno, il padre non lo rimprovera, non lo punisce, non lo umilia; anzi, lo aspetta ancora prima che ritorni, gli va incontro, lo abbraccia, gli restituisce tutti i suoi diritti di figlio e gli prepara una grande festa. Con questa parabola, Gesù difende il proprio comportamento nei riguardi dei peccatori e ci dice: come io mi comporto, così si comporta Dio.
Dio è un padre misericordioso. C’è più gioia in cielo per un solo peccatore convertito che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione. Queste parole sono rivolte non solo ai farisei, ma anche a molti cristiani che considerano se stessi come i puri e i giusti, disprezzando ed escludendo i peccatori. E tuttavia, mettendoci dalla parte di quanti criticano Gesù, possiamo chiederci se il vangelo della misericordia non porti, alla fine, alla faciloneria, al permissivismo, al disimpegno. Dietro questa domanda si cela probabilmente una nascosta ripugnanza ad accogliere Dio così com’è, a lasciarci invade-re dalla sua misericordia; per questo ci difendiamo appoggiandoci alla legge, alla giusti-zia, al rigore etico. Così almeno è chiaro cosa dobbiamo o non dobbiamo fare, cosa possiamo o non possiamo fare: e questo è molto rassicurante. Accogliere il vangelo della misericordia, invece, ci fa entrare nella logica della gratuità: “gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date (Mt 10,8). E niente è più esigente della gratuità: ci tocca nel più intimo e ci invita al dono di noi stessi fino in fondo, fino a condividere l’atteggiamento di Gesù che “avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine” (Gv 13,1).

Le Parole del Giubileo: PENITENZA

 

 

 

La quarta parola del cammino giubilare è PENITENZA. È una parola impegnativa, perché la penitenza è ciò che rende visibile il nostro desiderio di conversione , che manifesta concretamente la volontà di cambiare, di rendere nuova la nostra vita nella gioia di avere ricevuto il perdono di Dio. Dobbiamo prendere sul serio l’invito alla penitenza. “Nelle religioni antiche e primitive il concetto di penitenza p strettamente connesso a quello di peccato: potendo questo consistere in azioni di turbamento dell’ordine sacrale o della vita collettiva, oppure nella trasgressione di ordini divini, la penitenza ha il fine di ristabilire le condizioni precedenti alla colpa mediante pratiche di purificazione o di eliminazione della causa del peccato, oppure mediante riti penitenziali”, così leggiamo nel vocabolario Treccani online. Per i cattolici “Penitenza” è il nome ufficialmente attribuito al “quarto sacramento”, desti-nato alla conversione e al perdono dei battezzati che, avendo peccato, peccato gravemente, hanno seriamente compromesso la loro comunione con Dio e con la Chiesa. Ma il termine “penitenza” indica anche un momento costitutivo di questo sacramento: quello nel quale il penitente compie gesti – “penitenziali” appunto – il cui scopo è riparare al male fatto e manifestare il desiderio di cominciare una vita nuova. Oggi, di solito, questi gesti si esauriscono in qualche preghiera indicata dal confessore. Nei primi secoli del cristianesimo, invece, le penitenze imposte erano piuttosto impegnative e, oltre alla preghiera, consistevano in gesti di elemosina e digiuno. L’esigenza di fare penitenza anche dopo avere ricevuto il perdono di Dio nell’assoluzione è legata al fatto che, “come sappiamo per esperienza personale, il peccato lascia il segno, porta con sé delle conseguenze” (Papa Francesco, Spes non confundit, 23). Nei nostri comporta-menti e nei nostri pensieri, infatti, i peccati lasciano una “impronta negativa” (Francesco, Misericordiae vultus, 22): abitudini cattive, disordine degli affetti, debolezza della volontà, inclinazione a ricadere nel peccato… E questa “impronta negativa” resta non solo in noi, ma anche attorno a noi: pensiamo ai disastri che certi comportamenti sbagliati (prepotenza, violenza, chiusure egoistiche, dipendenze…) provocano là dove vive chi di tali comportamenti si rende responsabile. Evidentemente, anche dopo che il peccatore pentito ha ricevuto il per-dono di Dio, l’impronta negativa rimane e, per quanto possibile, va riparata grazie a un cam-mino di conversione. Il perdono di Dio, infatti, è gratuito, totale e senza riserve nel momento in cui il peccatore è riconciliato con Dio e con la Chiesa. Esso però incontra la situazione concreta del peccatore, con l’impronta negativa che il peccato ha lasciato in lui e attorno a lui; a fronte di questa situazione, il perdono innesca e rende possibile il necessario cammino di penitenza (di conversione) grazie al quale il peccatore può ricostruirsi come uno che vive nell’amore.
Oltre che in gesti di preghiera, elemosina e digiuno, il percorso penitenziale “si esprime nella fedeltà perseverante ai doveri del proprio stato, nell’accettazione delle difficoltà provenienti dal proprio lavoro e dalla convivenza con gli altri, nella paziente sopportazione delle prove della vita “ (Paolo VI Paenitemini). Sopportare con pazienza le prove della vita significa rima-nere nelle prove senza lasciarsi schiacciare dalla disperazione; rimanere nelle prove, restando aggrappati a quel Dio che non ci manda i mali, ma che dal male vuole liberarci; rimanere nelle prove, affidandoci al mistero di Dio per trovare in questa “resa” le risorse per “resistere”…: tutto questo configura un autentico cammino di penitenza, di conversione all’amore.

Le Parole del Giubileo: PAZIENZA

 

 

 

E’ terza parola suggerita per questo anno giubilare. Sappiamo tutti quanta pazienza sia necessaria per affrontare la vita quotidiana. Dobbiamo però considerare che la pazienza è uno dei tanti lati di quel meraviglioso poliedro che è costituito dalla virtù della carità: un lato profondamente luminoso. E dobbiamo anche considerare che la pazienza è uno di quei semi di speranza che dobbiamo riconoscere, ma anche seminare in questo mondo così lacerato. È solo con la pazienza del tessitore che possiamo ricucire e ricamare il tessuto di questa nostra società ferita e lacerata. Solo con la pazienza si può favorire quel dialogo che permette di trovare strade di pace. Percorriamo anche questa strada con convinzione e con perseveranza. La pazienza cristiana è figlia della speranza e dell’amore, ed è intrisa di fiducia in Dio. Il paziente per eccellenza è il Signore Gesù, che durante la passione e la morte di croce sopporta senza ribellarsi il dolore fisico e l’umiliazione morale, senza mai perdere la sia illimitata fiducia nel Padre, pur non avvertendone più la presenza ed essendo scosso dall’angoscia e dalla tristezza fino alla morte (cfr. Mt 14,33; 15,34). Un esempio di pazienza è Giobbe, la cui sopportazione del dolore animata da autentico sentimento religioso non è esente da una lancinante domanda sul senso della sofferenza, che rimane un mi-stero (Gb 23). La pazienza consiste nella capacità di sopportare serenamente il dolore fisico e morale, attingendo forza non in se stessi, ma in Dio, tenendo sempre aperto il dialogo con lui. L’esempio di Giobbe è illuminante: schiacciato dalla sofferenza, continua a rivolgersi a Dio, a interpellarlo, a credere in lui, pur non riuscendo a comprendere il mistero. Proprio per questo la dolorosa esperienza di Giobbe potrà sfociare in un rapporto completamente nuovo con il Signore: “Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto” (Gb 42,5). La pazienza è capacità di attendere, si aspettare i tempi di maturazione personali e altrui, senza pretendere che il corso della storia sia conforme ai propri gusti e sogni, sia pure legittimi. Portare pazienza significa perseverare nella prova e nella tribolazione senza scoraggiarsi, continuando a confidare nell’aiuto di Dio e nella sua presenza. In un mondo ostile e in mezzo a tentazioni di ogni sorta, il cristiano vive nell’attesa fiduciosa del Regno di Dio che viene, che è già in mezzo a noi, ma il cui compi-mento si invoca costantemente con la preghiera insegnata dal Signore. Portare pazienza significa perseverare nel bene anche nelle situazioni avverse, nelle persecuzioni che a volte incrudeliscono contro i credenti, imparare a rispondere al male con il bene, pregando per i proprio nemici e persecutori (cfr. Rm 12,17-2, Mt 5,38-48). La pazienza porta il cristiano ad attraversare le avversità senza cedere al lamento, sperando nella forza che gli sarà data da Dio, nell’aiuto della grazia che lo renderà sempre più conforme a Cristo e autentico testimone della sua carità. Il cristiano pazienza è quindi una persona magnanima, longanime, dolce e benevola, che non si accende subito d’ira. Mostra una straordinaria tolleranza verso gli altri anche quando sono importuni: la tradizione cristiana include la capacitò di “sopportare pazientemente le persone moleste” tra le opere di misericordia spirituale. Questa tolleranza è un dono di Dio comunicato all’uomo per mezzo dello Spirito: San Paolo, parlando della carità, mette al primo posto la caratteristica della magnanimità (cgr. 1Cor 13,4 e Gal 5,22), cioè di una pazienza a tutta prova, segno evidente dello Spirito infuso nei nostri cuori, che trasforma il nostro agire conformandolo sempre più a quello mite e umile di Cristo.

Le Parole del Giubileo: SPERANZA

 

 

 

Continuiamo il nostro percorso nelle parole del Giubileo. La seconda parola su cui ci fermiamo è la parola speranza. Non è u-na parola qualsiasi, perché è ciò che caratterizza tutto il cammino giubilare: noi siamo “pellegrini di speranza”. Sulla speranza, poi, ci siamo fermati nelle tre catechesi proposte durante l’Avvento. Oggi proponiamo un’ulteriore traccia di riflessione. Facciamone buon uso! «Senza speranza e senza Dio nel mondo» (Ef 2,12): così Paolo definisce la situazione de-gli Efesini prima del loro incontro con Cristo. Queste parole potrebbero fotografare l’esistenza di tante persone del nostro tempo. La vita non regge senza speranza, ma la speranza puramente fondata su basi terrene genera tristezza e vuoto. Chi restringe l’orizzonte della realtà al visibile, al finito, cade nell’ateismo: se un Dio esiste, come può permettere il dolore innocente, la violenza mortifera della guerra, la perversione che sfigura la persona? Solo la fede in una vita che risorge dopo la morte e perdura nell’eterno, la fede in un Dio che colmerà di gioia e di vita le vittime in-nocenti del male, può darci la forza di continuare a vivere.
La speranza cristiana non è generica attesa che le cose cambino, che il futuro possa es-sere migliore del presente: è certezza indefettibile che la nostra vita è nelle mani di un Padre onnipotente che ci ama e che, pur rispettando la nostra libertà, mai ci abbandona, neppure quando stiamo percorrendo cammini di lontananza e di peccato. Tutta la storia dell’umanità, solcata dall’intricato intreccio della libertà dei singoli, dalle scelte folli di peccato, è abbracciata dall’amore inesauribile di Dio che semina amore dove c’è odio, che trasforma i percorsi di peccato in cammini di ritorno, che apre sentieri di conversione nei cuori più ribelli… Finché vivrà un solo uomo, libero di scegliere, continuerà la
gigantesca lotta tra Dio e il male, fino all’aprirsi del suo regno eterno dove saranno «un cielo nuovo e una terra nuova» (Ap 21,1). La creazione, sfigurata dal peccato, sarà definitivamente trasfigurata nella luce gloriosa della risurrezione di Cristo. La speranza cristiana non è semplicemente un sentimento: è certezza di fede che si fon-da sulla fedeltà di Dio alle sue promesse (Eb 10,23), fedeltà che ha la sua prova nella risurrezione di Cristo. Con la sua croce e la sua risurrezione Gesù ha sconfitto la morte per sempre. Per questo egli ha promesso: «La vostra tristezza si cambierà in gioia» (Gv 16,20). L’oggetto della speranza è la gioia perfetta, la vita piena, senza ombra di male e di tristezza: vedremo Dio, perché «saremo simili a lui» (1Gv 3,2). La speranza non poggia su nessuna garanzia umana, ma sullo Spirito Santo che ci è stato dato (Rm 5,5); dobbiamo dunque perseverare nella fede anche nella prova, crescere nel desiderio della vita divina, nella certezza fiduciosa che si compirà ciò che ora non vediamo ancora, ma di cui siamo certi per la fede nella fedeltà di Dio alle sue promesse (Rm 8,24). Per questo non solo crediamo nel Signore e lo amiamo anche senza averlo visto, ma già siamo colmi di una gioia indicibile e gloriosa (1Pt 1,21). La nostra vita ha un’àncora sicura in questa speranza (Eb 6,19). Dono del Padre che ci accoglie nel suo Figlio e nella comunione dello Spirito Santo, richiede però il nostro impegno di perseveranza, di preghiera, di generosa partecipazione al mistero pasquale.

Le Parole del Giubileo: DESIDERIO

 

 

 

Per accompagnarci nell’anno giubilare appena iniziato ci lasciamo guidare da alcune “parole” che indicano degli atteggiamenti da vi-vere per prepararci al nostro giubileo. Ogni settimana verrà proposta una riflessione su una parola, su cui possiamo fermare la nostra attenzione e la nostra preghiera. Oggi iniziamo con la parola desiderio. Buon cammino!
Il desiderio è una sorta di “fame dell’anima”, un’insopprimibile brama di infinito, un’insaziabile nostalgia del cielo: un’antica etimologia faceva derivare il termine desiderium da desidera, indicando lo sguardo volto dal basso verso la volta stellata durante la notte, in attesa del sorgere del sole. È la fiamma viva del cuore, che spinge la persona ad agire, a compiere delle scelte, ad affrontare con coraggio le grandi sfide della vita. Anche Gesù, pur essendo Dio, ha provato un ardente desiderio, come rivela lui stesso ai Dodici alla viglia della sua passione: «Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione» (Lc 22,15). È una forza interiore animata dall’amore, orientata dalla libertà del singolo in una preci-sa direzione. A differenza del bisogno, rivolto per lo più a realtà materiali necessarie alla conservazione della vita (cibo, bevanda, vestito eccetera), il desiderio tende a qualcosa di molto più ampio, che possa colmare le aspettative del cuore, suscitando, se appagato, una gioia molto più intensa e duratura rispetto alla semplice soddisfazione del bisogno. San Paolo sottolinea che è importante la direzione verso cui si orienta il desiderio: se es-so è suscitato dallo Spirito (cfr. Gal 5,17 e Rm 8,6) tende alla vita e alla pace e induce a fa-re il bene, donando anche la grazia di compierlo. Se invece si tratta di “desideri della car-ne”, cioè puramente egoistici, volti alla soddisfazione del piacere istintivo e all’appagamento della brama di affermarsi sugli altri, la meta a cui conducono è la morte. Occorre dunque vigilare su quanto si muove nel cuore e operare un attento discernimento dei desideri, per cogliere quello buono, vero, suscitato dallo Spirito Santo. Per realizzare questo genere di desideri, non di rado occorrerà affrontare con coraggio fatiche e sacrifici: sarà proprio l’intensità del desiderio a darne la forza. Il desiderio vero e profondo non potrà mai essere totalmente appagato, ci sarà sempre un “oltre” verso cui ancora tendere: questo slancio suscitato dal desiderio mantiene la persona costantemente in cammino, le impedisce di sentirsi “arrivata” e la stimola a progredire sempre più. Il desiderio è intimamente congiunto all’amore: chi ama desidera la persona amata, ne prova un’inguaribile nostalgia, vuole stare con lei, godere della sua presenza, offrirle in dono tutto ciò che è, più ancora di ciò che possiede. L’essere umano è abitato da un in-sopprimibile desiderio di vedere Dio (cfr. la preghiera di Mosè in Es 33,18: «Mostrami la tua gloria!» e la domanda di Filippo a Gesù in Gv 14,8: «Signore, mostraci il Padre e ci ba-sta») inscritto nel suo cuore dal semplice fatto di essere creato a immagine e somiglianza di Dio (Gen 1,26). Questo desiderio troverà pieno compimento nella vita futura, quando «noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è» (1Gv 3,2).

MESSAGGIO DEL PAPA

 

Dal messaggio di Papa Francesco per la Giornata Mondiale della pace 2025
Rimetti a noi i nostri debiti, concedici la tua pace

Il messaggio prende le mosse dall’anno giubilare appena iniziato, sottolineando il fatto che fin dall’antichità il Giubileo era un “anno di grazia” per ristabilire la giustizia di Dio. Il suono del corno che lo annunciava, ora è sostituito dal “grido disperato di aiuto che, come la vo-ce del sangue di Abele, si leva da più parti della terra. … All’inizio di quest’anno, pertanto, vogliamo metterci in ascolto di questo grido dell’umanità per sentirci chiamati, tutti, insieme e personalmente, a rompere le catene dell’ingiustizia per proclamare la giustizia di Dio. Non potrà bastare qualche episodico atto di filantropia. Occorrono, invece, cambiamenti culturali e strutturali, perché avvenga anche un cambiamento duraturo. …
Il sistema internazionale, se non è alimentato da logiche di solidarietà e di interdipendenza, genera ingiustizie, esacerbate dalla corruzione, che intrappolano i Paesi poveri. La logica dello sfruttamento del debitore descrive sinteticamente anche l’attuale “crisi del debito”, che affligge diversi Paesi, soprattutto del Sud del mondo”. … Invito la comunità internazionale a intraprendere azioni di con-dono del debito estero, riconoscendo l’esistenza di un debito ecologico tra il Nord e il Sud del mondo. È un appello alla solidarietà, ma soprattutto alla giustizia.
Vorrei, pertanto, all’inizio di quest’Anno di Grazia, suggerire tre azioni che possano ridare dignità alla vita di intere popolazioni e rimetterle in cammino sulla via della speranza, affinché si superi la crisi del debito e tutti possano ritornare a riconoscersi debitori perdonati.
Anzitutto, riprendo l’appello lanciato da S. Giovanni Paolo II in occasione del Giubileo dell’anno 2000, di pensare a una «consistente riduzione, se non proprio al totale condono, del debito internazionale, che pesa sul destino di molte Nazioni.
Inoltre, chiedo un impegno fermo a promuovere il rispetto della dignità della vita umana, dal conce-pimento alla morte naturale. … Senza speranza nella vita, infatti, è difficile che sorga nel cuore dei più giovani il desiderio di generare altre vite. … Qui, in particolare, vorrei ancora una volta invitare a un gesto concreto che possa favorire la cultura della vita. Mi riferisco all’eliminazione della pena di morte in tutte le Nazioni.
Oso anche rilanciare un altro appello, richiamandomi a S. Paolo VI e a Benedetto XVI, per le giovani generazioni, in questo tempo segnato dalle guerre: utilizziamo almeno una percentuale fissa del denaro impiegato negli armamenti per la costituzione di un Fondo mondiale che elimini definitiva-mente la fame e faciliti nei Paesi più poveri attività educative e volte a promuovere lo sviluppo sostenibile, contrastando il cambiamento climatico. Che il 2025 sia un anno in cui cresca la pace! Quella pace vera e duratura, che non si ferma ai cavilli dei contratti o ai tavoli dei compromessi umani. Che il 2025 sia un anno in cui cresca la pace! Quella pace vera e duratura, che non si ferma ai cavilli dei contratti o ai tavoli dei compromessi umani.. Cerchiamo la pace vera, che viene donata da Dio a un cuore disarmato.
Rimetti a noi i nostri debiti, Signore, come noi li rimettiamo ai nostri debitori!

DON LUDOVICO

BUON CAMMINO DON LUDOVICO

È arrivato il giorno della Prima S. Messa di don Ludovico. La nostra Comunità ha dovuto aspettare 115 anni per vedere ancora un suo figlio diven-tare prete dopo P. Ignazio. Abbiamo preparato questo giorno lungo tutto questo anno con varie proposte, a dire la verità non sempre accolte con attenzione o calore. Ormai, però, ci siamo. Personalmente penso che sia uno di quegli eventi per i quali poi si possa dire: “Io c’ero”, ma forse mi illudo. Agli occhi del mondo gli eventi sono ben altri: il concerto di un can-tante, Sinner che diventa n. 1 nel mondo del tennis, la squadra del cuore che vince il campionato. Un giovane che diventa prete non fa proprio più molto notizia, ma forse è giusto così. Gesù ai suoi discepoli aveva detto una parola ancor più forte: “Il mondo vi odierà” (Giovanni 15,18). Scherzosamente nei giorni scorsi, parlando con Ludovico, dicevo che il giorno della sua Prima Messa, lui più che protagonista è vittima, perché deve subire tutto ciò che gli altri hanno preparato per lui. Una battuta scherzosa che però ha del vero, perché il prete, come Gesù, è “altare, vitti-ma e sacerdote”. Il prete, come Gesù, è colui che serve, che dona la vita nel servizio dei fratelli, che offre la sua vita unendosi al sacrificio di Gesù in particolare nella celebrazione dell’Eucaristia, per la salvezza del mondo. Il prete non è l’eroe protagonista di un romanzo avventuroso, anche se il suo compito è delicato e importante; non è l’uomo famoso che si mette su un piedistallo per essere o-norato e magari adulato; è il servo che si fa piccolo, che, come Giovanni Battista, deve scomparire per far conoscere Gesù, per far crescere Gesù nel cuore dei fratelli. Perché allora fare festa e fare festa grande? Perché un giovane che diventa prete è segno dell’amore di Dio: amore che avvolge e coinvolge anzitutto chi scelto da Dio per questo ministero, ma è amore che avvolge e coinvolge anche tutta la comunità.
La festa è la festa di tutta una Comunità che loda e ringrazia il Signore per un dono totalmente gratuito e immeritato, e in tutto questo Ludovico si presta ad accogliere tutto ciò che la comunità ha preparato, forse anche un po’ “obtorto collo”. Caro Ludovico! Permettimi che mi rivolga direttamente a te. Non te la prendere se in questo giorno abbiamo fatto un po’ di testa nostra. Anche le piccole forche caudine a cui verrai sottoposto in questo giorno ricordano che hai scelto di essere “vittima” con Gesù per la salvezza del mondo.
È quello che celebrerai e vivrai nella tua Prima santa Messa e in ogni messa che celebre-rai, ed è questo che conta.

 

GIORNATA MONDIALE DEI BAMBINI 2024

L’ha voluta Papa Francesco, che per questa occasione ha scritto un messaggio ai bambini. Consapevole che questo foglio non viene letto dai bambini (e forse nemmeno da tanti adulti) vorrei riassumere alcune indicazioni che il Papa dà ai fanciulli con parole semplici e dirette, certo che possono servire anche agli adulti. Papa Francesco richiama anzitutto la sua enciclica e dice ai ragazzi che siamo tutti fratelli. In questa ottica non possiamo dimenticare tutti quei bambini che già si trovano a lottare contro mille malattie e difficoltà, chi è vittima della guerra e della violenza, chi soffre la fame, chi vive in strada, chi è costretto a fare il soldato o a fuggire come profugo … insomma, tutti quei bambini a cui viene rubata l’infanzia. Che fare per “rendere nuove le cose” così come Gesù sa “fare nuove tutte le cose”? (Apocalisse 21,5) Tre piccole ma concrete indicazioni, che valgono anche per i grandi. Cominciare dalle cose semplici, come salutare gli altri, chiedere permesso, chiedere scusa, dire grazie. Il mondo si trasforma prima di tutto attraverso le cose piccole. Da soli non si può essere felici, perciò è bello condividere i dono ricevuti e coltivare delle vere amicizie: L’amicizia è bellissima e cresce solo così, nella condivisione e nel perdono, con pazienza, coraggio, creatività e fantasia, senza paura e senza pregiudizi. Per essere felici bisogna pregare, pregare tanto, tutti i giorni, perché la preghiera ci collega con Dio. E quando siamo collegati a Dio, siamo collegati anche a tutti i fratelli e facciamo circolare nel mondo la linfa vitale dell’amore di Dio per tutti gli uomini. Tre piccoli passi che tutti possiamo compiere dai bambini agli adulti, anzi, forse dobbiamo proprio imparare dai bambini ad avere quella semplicità di cuore che accoglie tutti, che si apre all’amicizia e che sa stupirsi anche di fronte al mistero di Dio che entra nella nostra vita. Possiamo perciò, in questa domenica, raccogliere l’invito del Vangelo a diventare piccoli come i bambini: "In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me” (Matteo, 18,3-5). Veramente i bambini ci educano come diceva il Cardinal Martini in una sua lettera pastorale, e come ancora prima, diceva don Bosco ricordandoci che l’educazione è “cosa del cuore” e non è possibile educare se non stando insieme ai ragazzi per ascoltare le loro domande, anche quelle inespresse, quelle colte da una sfumatura di un’espressione del viso, da un atteggiamento educato o da una reazione faticosa. In ogni caso, come dice il Papa nel messaggio ai bambini, ogni bambino “è prezioso” agli occhi di Dio (Isaia 43,4). Ascoltiamo i bambini. Mettiamoci al loro passo. Impariamo ad avere un cuore come il loro. Solo così sapremo educarli, ma sapremo anche camminare con loro per fare nuove tutte le cose. Non posso non esprimere, in questo giorno, anche un grande senso di riconoscenza alle nostre Scuole dell’Infanzia per il lavoro educativo che svolgono, in uno stile evangelico di educazione anche alla fede, che è all’origine della loro storia, dentro il tessuto delle nostre Comunità cristiane. Buona festa dei bambini e con i bambini! 

ALLA DIVINA MISERICORDIA DI SAN GIOVANNI PAOLO II

Il 17 agosto 2002, a Cracovia, San Giovanni Paolo II affidò alla Divina Misericordia le sorti del mondo con questa bellissima preghiera

 

Dio, Padre misericordioso,
che hai rivelato il Tuo amore nel Figlio tuo Gesù Cristo,
e l’hai riversato su di noi nello Spirito Santo, Consolatore,
Ti affidiamo oggi i destini del mondo e di ogni uomo.
Chinati su di noi peccatori,
risana la nostra debolezza,
sconfiggi ogni male,
fa' che tutti gli abitanti della terra
sperimentino la tua misericordia,
affinché in Te, Dio Uno e Trino,
trovino sempre la fonte della speranza.
Eterno Padre,
per la dolorosa Passione e la Risurrezione del tuo Figlio,
abbi misericordia di noi e del mondo intero!
Amen.

Dall’omelia del Cardinal Martini per il giorno di Pasqua del 1999

La gioia dell’incontro

Come vorrei che questo grido di gioia sorgiva, scoppiato dal cuore della donna, fosse oggi il grido di tutti noi che stiamo celebrando l’evento della risurrezione, il grido di tutte le nostre comunità, di tutta la Chiesa, di tutta l’umanità! Come vor­rei che la Pasqua 1999
costituisse per noi un nuovo esodo dalla nostra condizione di fragilità e di peccato verso la condizione di figli che è la nostra vocazione, il nostro destino, la vocazione e il destino di tutti gli uomini! Come vorrei che la nostra fede non si stancasse mai di essere sorpresa,
stupefatta, entusiasta e si traducesse in speranza coraggiosa e vibrante! Il Risorto è presente nella nostra vita ogni volta che ripetiamo i suoi gesti, le sue parole, le sue azioni; ogni volta che viviamo gli atteggiamenti evangelici. Il Risorto è presente in questa Eucaristia; è nei nostri cuori mossi dalla forza dello Spirito. La nostra esistenza quotidiana ha già, nella sua modestia e quasi nella sua insignificanza, i segni della risurrezione. E il Risorto sostiene anche con la sua grazia gli operatori di giustizia e di pace, tutti coloro che si sforzano di andare al di là delle armi, che si impegnano negli aiuti umanitari e invocano con sincerità la pace; tutti coloro che si rendono presenti in tanti luoghi dove permane la guerra, per compiere gesti di solidarietà e di amicizia. Preghiamo quindi, in questa Eucaristia, affinché tutti abbiano la forza di operare il bene e non siano vinti dalla frustrazione e dalla stanchezza.

Auguro a voi la buona Pasqua come piena rivelazione della nostra condizione di figli di Dio e di fratelli chiamati a portare nel mondo la bontà, la fraternità e la pace del Risorto. Auguro pace a tutti gli abitanti della nostra città, a tutti gli ospiti, ai fratelli e sorelle mala-
ti, ai sofferenti, ai poveri, ai car-cerati, agli emarginati, ai profughi e a quanti attendono gesti di amore. Per tutti Gesù è morto sulla croce, per tutti è risuscitato e a tutti il Padre vuole dare la vita senza fine. Mi piace concludere con una parola di sant’Agostino, che ci invita, malgrado tutto, a gioire e a cantare, pensando alla felicità piena che ci attende:

«O felice l’Alleluia di lassù!
Là loderemo Dio e qua lodiamo Dio; ma qui negli affanni, là nella sicurezza;
qui nell’attesa della morte, là nella certezza di vivere sempre;
qui nella speranza, là nella realtà; qui sulla via, là nella patria.
Or dunque cantiamo, fratelli miei,
non nella dolcezza del riposo ma per alleviare la fatica...
Canta, ma cammina; va avanti nel bene, avanza nella fede,
avanza nella virtù. Canta e cammina».

 

Dall’omelia di Papa Francesco per la Domenica delle Palme 2023

Le sofferenze di Gesù sono state tante, e ogni volta che ascoltiamo il racconto della passione ci entrano dentro. Sono state sofferenze del corpo: pensiamo agli schiaffi, alle percosse, alla flagellazione, alla corona di spine, alla tortura della croce. Sono state sofferenze dell’anima: il tradimento di Giuda, i rinnegamenti di Pietro, le condanne religiose e civili, lo scherno delle guardie, gli insulti sotto la croce, il rifiuto di tanti, il fallimento di tutto, l’abbandono dei discepoli.

Eppure, in tutto questo dolore a Gesù restava una certezza: la vicinanza del Padre. Ma ora accade l’impensabile; prima di morire grida: «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?». L’abbandono di Gesù. Ecco la sofferenza più lacerante, è la sofferenza dello spirito: nell’ora più tragica Gesù prova l’abbandono da parte di Dio. Mai, prima di allora, aveva chiamato il Padre con il nome generico di Dio. L’evento reale è l’abbassamento estremo, cioè l’abbandono di suo Padre, l’abbandono di Dio. Il Signore arriva a soffrire per amore nostro quanto per noi è difficile persino comprendere. Vede il cielo chiuso, sperimenta la frontiera amara del vivere, il naufragio dell’esistenza, il crollo di ogni certezza: grida “il perché dei perché”. “Tu, Dio, perché?”.

Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?
E perché è arrivato a tanto? per noi, non c’è un’altra risposta. Per noi. Fratelli e sorelle, oggi questo non è uno spettacolo. Ognuno, ascoltando l’abbandono di Gesù, ognuno di noi si dica: per me. Questo abbandono è il prezzo che ha pagato per me. Si
è fatto solidale con ognuno di noi fino al punto estremo, per essere con noi fino in fondo. Fratelli e sorelle, un amore così, tutto per noi, fino alla fine, l’amore di Gesù è capace di trasformare i nostri cuori di pietra in cuori di carne. È un amore di pietà, di tenerezza, di compassione. Lo stile di Dio è questo: vicinanza, compassione e tenerezza. Dio è così. Cristo abbandonato ci smuove a cercarlo e ad amarlo negli abbandonati. Perché in loro non ci sono solo dei bisognosi, ma c’è Lui, Gesù abbandonato, Colui che ci ha salvati scendendo fino al fondo della nostra condizione umana. Gesù abbandonato ci chiede di avere occhi e cuore per gli abbandonati. Per noi, discepoli dell’Abbandonato, nessuno può essere emarginato, nessuno può essere lasciato a sé stesso; perché, ricordiamolo, le persone rifiutate ed escluse sono icone viventi di Cristo, ci ricordano il suo amore folle, il suo abbandono che ci salva da ogni solitudine e desolazione. Fratelli e sorelle, chiediamo oggi questa grazia: di saper amare Gesù abbandonato e di saper amare Gesù in ogni abbandonato, in ogni abbandonata. Chiediamo la grazia di saper vedere, di saper riconoscere il Signore che ancora grida in loro. Non permettiamo che la sua voce si perda nel silenzio assordante dell’indifferenza. Non siamo stati lasciati soli da Dio; prendiamoci cura di chi viene lasciato solo. Allora, soltanto allora, faremo nostri i desideri e i sentimenti di Colui che per noi «svuotò se stesso»

(Fil 2,7). Si svuotò totalmente per noi.